Qual è il tuo percorso professionale e come sei entrata nel mondo della cooperazione?
Sono originaria di un piccolo paese del Roero, dove durante quasi tutta la giovinezza ho lavorato al bar di famiglia con i miei genitori. Dopo il liceo classico ad Alba, ho proseguito gli studi universitari a Torino, conseguendo la laurea triennale in Economia Aziendale con specializzazione in marketing.
Durante i primi anni di università, ho dedicato due anni intensi al comitato locale di AIESEC, un'associazione internazionale giovanile. Questa esperienza è stata fondamentale per la mia crescita personale e la comprensione del mondo. Il nostro obiettivo era duplice: organizzare esperienze di volontariato a Torino per ospitare giovani da tutto il mondo, collaborando con scuole ed enti locali, e al contempo promuovere opportunità simili all'estero per gli studenti universitari, sempre focalizzate sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile.
Con il passare degli anni, riesco a cogliere segnali che erano già presenti, ma che allora non avevo la capacità o la lucidità di interpretare appieno. Dopo i primi mesi nell'associazione, mi sono candidata prima come team leader e successivamente come Vicepresidente. In quella “bolla” fatta di dinamicità, di energia giovanile e di volontà di agire per un impatto positivo nel mondo, ho iniziato a comprendere il vero significato di responsabilità, lavoro di squadra e sostenibilità.
Ho lavorato come commessa, svolto un tirocinio in Portogallo e collaborato con un'agenzia di organizzazione eventi. Tuttavia, in tutte queste esperienze, nonostante alcune siano state anche molto positive, sentivo sempre che mi mancava qualcosa: quell’attaccamento ai valori, quella voglia di lavorare insieme per un obiettivo comune e la soddisfazione derivante dal sapere di aver fatto qualcosa di positivo non solo per te.
È così che sono arrivata a E.R.I.C.A., e lì ho ritrovato esattamente i valori che cercavo: la cura e l’attenzione per le persone e per l’ambiente. Mi sono sentita subito accolta, nonostante la mia inesperienza.
Non cercavo una cooperativa, semplicemente perché non sapevo ancora che fosse l'ambiente di cui avevo bisogno; l'ho capito solo dopo, facendone esperienza diretta.
Da tre anni faccio parte di E.R.I.C.A., dove attualmente ricopro il ruolo di Vicepresidente e project manager nell'ufficio comunicazione. Le mie responsabilità principali includono il supporto e l'organizzazione di eventi, come il Festival di Circonomia o il World Plogging Championship, e la gestione di campagne di comunicazione.
Come si dovrebbe valorizzare il contributo delle giovani generazioni all’interno del mondo cooperativo e come andrebbe integrato con quello delle generazioni
Le giovani generazioni possono portare nel mondo cooperativo competenze digitali, sensibilità verso l’innovazione organizzativa e una forte attenzione a temi come sostenibilità, flessibilità e impatto sociale. Per valorizzare davvero questo contributo occorre affidare loro spazi reali di responsabilità e partecipazione nei processi decisionali. Allo stesso tempo, l’esperienza delle generazioni più mature rappresenta un patrimonio fondamentale di competenze, relazioni e conoscenza del territorio.
L’integrazione efficace tra le generazioni passa sicuramente attraverso un dialogo strutturato, spazi di lavoro intergenerazionali e momenti di scambio e contaminazione.
Inoltre, io credo che il mondo cooperativo possa davvero generare una moltitudine di esempi virtuosi, perché ha già nel suo DNA la gestione partecipativa. Si tratta solo di metterla in pratica, senza paura del cambiamento che potrà generare.
Un aspetto su cui la cooperazione può migliorare in futuro?
Sulla base della mia esperienza, vorrei lanciare un messaggio: è fondamentale che il modello cooperativo raggiunga maggiormente le nuove generazioni. Io stessa vi sono arrivata quasi per caso, realizzando solo in seguito quanto risuonasse con i miei valori, ma quante altre persone possono dire lo stesso? Ritengo cruciale promuovere la cooperazione, presentandola come un'alternativa pienamente valida rispetto ad altre forme societarie. È necessario lavorare attivamente per abbattere o almeno ridurre i numerosi pregiudizi che ne ostacolano l'accesso e la diffusione.
C’è un secondo aspetto, emerso in particolare negli ultimi mesi durante i vari confronti, che mi sembra rappresenti un ostacolo all'attrattività, soprattutto di chi è più giovane. Le cooperative mettono al centro le persone e non il capitale, tuttavia, per poterlo fare in modo concreto, hanno bisogno di solidità economica. Il fatturato non è il fine, ma resta uno strumento necessario per poter reinvestire nella crescita delle persone.
Esiste ancora, talvolta alimentato da pregiudizi culturali, l’idea che il lavoro svolto dalle cooperative possa “valere meno” o possa essere remunerato meno rispetto ad altri modelli organizzativi. Questa visione non solo è riduttiva, ma rischia di generare instabilità economica e di indebolire il modello stesso.
Al contrario, una cooperativa dovrebbe distinguersi per la qualità delle condizioni che offre: welfare, servizi utili, partecipazione reale, crescita professionale. Elementi come la gestione partecipativa, la responsabilità limitata e le agevolazioni previste per il modello cooperativo acquistano senso solo se si traducono in benefici concreti per le persone.
La sfida secondo me potrebbe essere questa: coniugare centralità della persona e stabilità finanziaria, perché solo su basi economiche solide è possibile generare valore duraturo e condiviso.